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Alla scoperta del backstage di Rossese Style. Intervista a Massimo Sacco

4 settembre 2010

Dopo l’organizzazione del bell’evento tenutosi a Bajardo (IM) lo scorso Luglio, abbiamo chiesto a Massimo Sacco di raccontarci la sua esperienza di Rossese Style e del contatto avuto in questi anni con il Rossese ed i produttori. Ne è scaturita questa piacevole intervista. Buona lettura!

Massimo Sacco

Massimo, innanzi tutto complimenti per il grande successo  anche di  quest’ultima edizione di Rossese Style. Cosa ha ispirato la nascita di un evento di questo tipo?

L’origine dell’evento e’ stata casuale. Si discuteva con alcuni giovani produttori (tra cui Maurizio Anfosso di Ka’ Mancine) sulla difficoltà’ del Rossese di uscire dal proprio territorio e così abbiamo pensato di invitare un giornalista come Franco Ziliani e di proporgli una degustazione di alcuni produttori per potere avere un’opinione diversa.

Poi da cosa nasce cosa ed insieme a Fabio Ingrosso abbiamo incominciato a pensare più’ in grande e di invitare bloggers e sommeliers francesi. Abbiamo trovato la splendida location della chiesa vecchia di Bajardo (che è il paese di mio papà) ed insieme al vulcanico sindaco, Jose Littardi, abbiamo organizzato la prima edizione.

E’ stato un successo. Incredibile, il Rossese incominciava a varcare i confini locali; casualmente poi il Gambero Rosso ha insignito un Rossese dei suoi tre bicchieri ( Maccario-Dringenberg).

Quali sono stati e quali sono oggi gli obiettivi di una manifestazione come Rossese Style?

Gli obiettivi erano e sono rivolti alla valorizzazione di uno splendido vitigno autoctono e del suo territorio, per far uscire entrambi dal limbo che ne limita la conoscenza alla sola Liguria.
Sicuramente l’obiettivo e’ di valorizzare il vino e la splendida terra che gli fa da cornice. Il vino merita di essere «scoperto» e bisogna dare una mano ai giovani produttori che si lanciano in una sfida molto difficile (in considerazione della location delle vigne e delle inevitabili difficoltà della loro lavorazione) ma molto affascinante.

Siete soddisfatti dell’edizione di quest’anno?
Quest’anno l’edizione e’ andata bene, si sono visti produttori giovani come Roberto Rondelli e Luca Dallorto, persone come Mario Muratore, che dopo una vita trascorsa come chef executive dell’Hotel de Paris (a Montecarlo, insieme ad Alain Ducasse), e’ ritornato alle origine coltivando una vigna e proponendo il suo vino. Ci sono state le conferme dei vari Terre Bianche, Maccario, Anfosso, Ka Mancine, Altavia e via dicendo. La partecipazione, soprattutto francese, e’ stata notevole: trovo che il Rossese interessi parecchio oltralpe, dove spesso lo paragonano al Pinot Noir. Per il prossimo anno sto studiando una formula per renderlo ancora più internazionale ed interessante, coinvolgendo i produttori francesi ed alla fine bisognerebbe premiare il vino che ha riscontrato più consensi.
La partecipazione straniera e’ stata notevole, segno che l’interesse verso i vitigni autoctoni italiani sta aumentando

Qual è la difficoltà maggiore da superare per il Rossese?

Attualmente il Rossese fatica ad uscire dai propri confini. E’ ancora visto come il vinello da consumare quando si viene in vacanza nel Ponente Ligure.

Bisogna capire l’importanza di manifestazioni come il Rossese Style che permettono di fare conoscere e di fare parlare del Rossese anche oltre i confini regionali

Esiste un turismo enogastronomico del Rossese?

Non esiste ancora un vero e proprio enoturismo legato al Rossese, come accade in altre realtà, come la Toscana e Piemonte (tanto per citarne due). Speriamo di smuovere un po’ le acque in questo senso. Non esiste ancora un percorso legato al vino oppure all’olio (della splendida monocultivar taggiasca), I turisti vengono a visitare i borghi e poi, magari, fanno un salto nei punti vendita del vino e dell’olio. E’ tutto ancora nebuloso, poco o niente organizzato. Speriamo di riuscire a dare un contributo per incrementare l’enoturismo.

Cosa si sta facendo concretamente per unire le forze tra produttori del Rossese?

I produttori del Rossese non sono ancora riuscita a dare un’identità comune a questo vino.

Credo dovrebbero formare delle associazioni (per la verità esiste già un’associazione delle vigne storiche del Rossese) per andare tutti insieme alla ricerca dell’identità del vino. Mi sembrano ancora un po’ spaesati: cercano di inseguire chimere come il Pinot noir mentre dovrebbero concentrarsi sul loro splendido prodotto. Da quest’anno c’è una specie di caveau dove potere lasciare le diverse annate e potere avere un riscontro futuro sulla capacità di invecchiamento del vino.

Insomma le idee stanno emergendo, adesso bisogna avere un attimo di pazienza e continuare a lavorare duramente.”

L’intervista si conclude qui. Ringraziamo Massimo Sacco e facciamo un brindisi al Rossese!

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