Le Olimpiadi e la promozione del vino
L’occasione di un giro a Londra dell’amico Marco Manero nel periodo delle Olimpiadi non poteva non essere colta anche per un post. Lascio quindi la parola a Marco e alla sua recente esperienza londinese.
I Giochi Olimpici (ma il ragionamento vale per tutti gli eventi di dimensione internazionale) sono anche (qualcuno dice soprattutto…) una grande occasione di business, con sfaccettature differenti e per mercati diversi. Rappresentano, va da sé, un’enorme opportunità per azioni di marketing, a patto di tenere presente che le strade che si possono percorrere devono fare i conti con le regole molto rigide delle sponsorship e che gli investimenti necessari saranno commisurati alla dimensione della manifestazione.
Prendiamo le Olimpiadi di Londra e (ovvio) parliamo di vino: le nazioni con più antica tradizione enologica lo presentano come uno degli elementi di promozione del Paese, sia dal punto di vista del prodotto in sé sia (aspetto questo molto interessante e sempre più in crescita) dal punto di vista turistico.
Anche a Casa Italia vige la regola dello sponsor: la struttura del CONI presentata come “il punto di riferimento dell’eccellenza italiana alla XXX edizione dei Giochi Olimpici Estivi” prevede delle degustazioni e un bello stand dedicato al vino, o meglio ai vini dello sponsor ufficiale True Italian Food and Wine, interessante progetto commerciale e di ristorazione che prevede l’apertura di 107 esercizi in Usa, India, Russia, Cina. I vini presentati erano quindi scelti dallo sponsor, o meglio da un nome noto come Luca Maroni, incaricato di realizzare la lista dei presenti. Che non è piaciuta mica a tutti, come scrive su Intravino Antonio Tomacelli, sempre “sul pezzo”.
Lo stesso discorso si può fare anche sul piano istituzionale: ad esempio tra gli stand di Casa Italia sono presenti quelli della promozione turistica per Marche e Umbria, ma non di altri territori. Però alcune Regioni italiane hanno sposato esperienze diverse, come il Piemonte nella “Nike Vip House”, con uno spazio enogastronomico curato dallo chef torinese Nicola Batavia. Anche in questo caso con contorno di polemiche, nostrane, naturalmente.
Insomma, un evento che coinvolge milioni di persone (miliardi se si considera il pubblico televisivo e della rete) interessa tutti ed è con ogni probabilità in grado di offrire un posto a tutti coloro che vogliono puntarci. Tuttavia, viene da domandarsi quante di queste iniziative potrebbero essere valorizzate se seguite per un lungo periodo di tempo, invece che per le poche giornate olimpiche. Investimenti duraturi, in luoghi e momenti magari meno impressionanti, ma in grado di offrire un ottimo prodotto nella quotidianità. Mi chiedo ad esempio quanto e quale vino italiano sia presente in un tempio enologico inglese “pop” come Vinopolis, grande spazio nel cuore di Londra dedicato al vino e alla sua esperienza, realizzato dalla trasformazione di un antico viadotto ferroviario vittoriano. La struttura in questi giorni è in parte dedicata ad eventi privati (here are the Games!) e in parte in ristrutturazione (aprirà nella nuova veste a Ottobre), ma il mio prossimo tour londinese ha una meta certa…
Disgelo
Ribloggato da cascinagaritina:
Fanciót: côta sempér andua la fioca l'as n'anvá prüma.
Me lo diceva sempre mio nonno quando si parlava di nuove vigne da acquistare in base alle zone dove la neve si scioglieva prima.
In questa fase, nella quale il sole è ancora basso, è più netta la differenza termica tra i cru e le altre esposizioni.
Una caratteristica che poi ci torna utile in autunno, durante la maturazione, e soprattutto nelle annate più complicate.
Vigne e turismo in città
Ancora sulle vigne urbane di Parigi
Il primo post del 2012 è dedicato alle piccole vigne che crescono in città, un argomento che mi accorgo mi appassiona sempre più. Se ne era già parlato qui, a proposito della Vigna di Trinità dei Monti a Roma, e soprattutto qui, per parlare dei vigneti della mia metropoli preferita, Parigi.
Stavo cercando in rete delle informazioni su un particolare tipo di vino, il Clos des Morillons. E’ prodotto in un numero limitato di bottiglie da uve pinot noir (e in piccola parte pinot meunier) coltivate nel parco George Brassens, e venduto ogni anno (di solito in maggio) ad un’asta pubblica di beneficienza. E proprio cercando qualche informazione in più sul vigneto di questo parco, che si trova nel XV Arrondissement e fu costruito al posto degli antichi mattatoi di Vaugirard, mi sono imbattuto in questa pagina web. Si tratta di una sintetica ma precisa descrizione delle vigne parigine, realizzata dal Comune e proposta ad amanti del verde e turisti.
Trovo molto bello che una delle principali mete turistiche al mondo, ricchissima di luoghi di interesse, riconosca il valore di un vigneto non solo dal punto di vista ambientale, per così dire del “verde pubblico” (sia pure sui generis) ma anche come straordinaria rappresentazione della propria storia, tradizione, cultura del lavoro. Tanto da proporlo tra le informazioni ritenute importanti per conoscere la città sul proprio sito web. Ancora una volta il vino, qui in senso lato, diventa un formidabile attrattore turistico per chi sa riconoscerlo e comunicarlo. Una lezione da imparare, credo, per tutti coloro che si vogliano occupare di turismo, enogastronomia… o entrambi!
Englis version
Once again I fall in love with a small urban vineyard in Paris. The Clos des Morillons is a red wine (mostly pinot noir, with a small amount of pinot meunier) produced in George Brassens park, in the XV Arrondissement. Looking for some information about this vineyard I found this page of the Paris Mairie, which describes very well the vineyards of the city. It’s very interesting that these vineyards are considered as important tourist destinations, not only because their are beautiful from the point of view of urban environment, but also because they represent history and French tradition.
I nostri Auguri
Anteprima Moscato d’Asti e Asti 2011
2 dicembre 2011, Anteprima Moscato d’Asti e Asti 2011. Assaggi di un’annata sfaccettata
E’ sempre un piacere ritrovarsi nell’ampia sala degustazione del castello di Mango (CN), sede dell’Enoteca Regionale “Colline del Moscato”.
Per il terzo anno consecutivo, pochi giorni fa si è tenuta la presentazione dell’“Anteprima Moscato d’Asti D.O.C.G. e Asti D.O.C.G.” con i vini dell’ultima vendemmia; la manifestazione ha incluso anche momenti di comunicazione rivolti al grande pubblico con degustazioni aperte e un interessante “banco d’assaggio diffuso” nei caffè storici di Torino.
Ho avuto il piacere di partecipare con Monica Pisciella (Wineup) e il Direttore Maurizio Gily alla mattinata di degustazione cieca dedicata a stampa e operatori del settore. La degustazione è stata molto piacevole ed ha riguardato 50 campioni, tra Asti e Moscato d’Asti, rendendo possibile farsi un’idea di quanto l’ultima annata propone. La mia impressione è stata di avere di fronte una produzione con differenze piuttosto significative soprattutto a causa delle particolari condizioni climatiche di estate e autunno 2011, molto caldi e con precipitazioni assai concentrate in brevi periodi e alcune zone. Un’annata sfaccettata e multiforme, insomma, che anche se in presenza di un buon livello medio conosce una certa diversità da un produttore all’altro e soprattutto da un territorio all’altro, seppure sempre nella tradizione del vino dolce italiano più classico.
Anteprima Moscato è stata per me una grande occasione per conoscere meglio questo vitigno e il suo vino, così ricco di profumi del tutto peculiari, dalla degustazione in sé e magari da qualche battuta con i vicini di tavolo. Ancora una volta una delle cose che mi hanno più colpito è stata la professionalità dei sommelier che hanno realizzato il servizio, tecnicamente impeccabili e cordiali, sorridenti e pronti magari ad una battuta di spirito, con la rilassatezza di chi sa esattamente che fare e conosce in modo approfondito cosa sta versando nel calice. Gran cosa poter contare in queste occasioni su una buona organizzazione dal punto di vista tecnico: non solo la manifestazione “riesce meglio”, ma si riesce a degustare nel modo migliore, e quindi cogliere molto di più le diverse caratteristiche di quel che abbiamo nel bicchiere.
L’Aglianico del Vulture e i suoi produttori a Torino per un giorno, accade ad #AglianicosottolaMole
Una giornata alla scoperta dell’Aglianico del Vulture e dei suoi produttori, ieri a Torino
Si è tenuto ieri a Torino, a Palazzo Capris, #AglianicosottolaMole, degustazione di Aglianico del Vulture organizzata da Davide Marone (@dmarone31), con il supporto di Elena Bardelli (@elenabardelli) e Fabrizio Gallino.
Una bella occasione per il gruppo di appassionati presenti per scoprire o esplorare meglio l’Aglianico del Vulture, un vitigno non solo antichissimo – pare infatti che sia stato importato nel nostro Sud dai coloni greci provenienti dalla Tessaglia – ma anche uno tra i più importanti d’Italia e che, come ha osservato Davide in apertura di giornata, è poco conosciuto a Torino – e forse, mi permetto d’azzardare, in generale in tutto il Nord – ai consumatori ma anche ad alcuni gestori di ristoranti ed enoteche.
Importante che siano venuti dalla Basilicata a presentare non solo i vini ma anche il territorio i produttori: Sara Carbone (@saravinicarbone), ormai famosa anche grazie anche alla sua presenza su Twitter e social network, Michele Laluce, Simona Labarbuta di Lelusi, Giuseppe Mastrodomenico, Elisabetta Musto Carmelitano.
I vini per la degustazione, tutti Aglianico del Vulture DOC (e quindi Aglianico del Vulture 100%, come previsto dal Disciplinare) sono stati presentati in due batterie da tre, in quest’ordine:
Lelusi Viticoltori – LeLùSi 2005 Aglianico del Vulture DOC
Tenute d’Auria – Rupe di Apollo 2007 Aglianico del Vulture DOC
Vigne Mastrodomenico – Likos 2008
Azienda Vinicola Vinilaluce – Le Drude 2007
Azienda Agricola Musto Carmelitano – Serra del Prete 2009
Azienda Vinicola Carbone – 400 Some 2007
Gli assaggi di Aglianico del Vulture sono stati una scoperta interessante.
Ben lungi dal voler stilare classifiche o dare punteggi, come ho già scritto ieri da più parti nel corso della degustazione sono rimasta favorevolmente colpita in particolare da Le Drude 2007, per la freschezza straordinaria e per la bevibilità, un vino dotato di carattere e identità, bella espressione del territorio. Uno di quei vini che al termine del primo bicchiere vien subito voglia di versarne ancora.
È arrivato alla fine e ci ha stupiti per l’eleganza del suo 400 Some Sara Carbone, di cui ho apprezzato anche la capacità di trasmettere con semplicità e grande umanità la passione per il vino e per il territorio, attraverso qualche “schizzo” di vita familiare in azienda.
E il LeLùSi 2005 ci ha definitivamente convinti, qualora ce ne fosse bisogno, che l’Aglianico del Vulture, grazie alla sua struttura, è vino adatto all’invecchiamento.
Alla degustazione è seguito un breve aperitivo con le Birre di Pausa Cafè e il pranzo, durante il quale non solo l’Aglianico ma anche altri vini del Vulture sono stati proposti in abbinamento ad alcuni piatti tipici piemontesi, a dimostrazione che l’Aglianico e la cucina locale possono integrarsi con buoni risultati. Interessante scoperta il Morbino, Bianco IGT (60% moscato e 40% malvasia), di Michele Laluce, che avrei abbinato ad un piatto di formaggi (oppure – forse – a una fetta di torta o ai biscottini) invece che al primo per esaltarne al meglio le caratteristiche.
Mi complimento con Davide Marone per l’organizzazione di una giornata piacevole. Trovo molto bello che siano stati invitati anche alcuni colleghi del corso di Viticoltura ed enologia della Facoltà di Agraria, e che questa degustazione sia resa parte del loro percorso di studio di marketing del vino.
I miei complimenti anche a Elena Bardelli, che si è data da fare per far sì che tutto fosse al posto giusto nel momento giusto.
Bello aver condiviso il piacere di #aglianicosottolamole con i presenti e con chi ci ha potuti seguire a distanza grazie ai social network, il cui ruolo è sempre più importante per confrontare anche con chi non c’è i pareri sui vini e diffondere notizie ed aggiornamenti sulle degustazioni.
L’augurio è che, proprio come dice Davide Marone, questo sia stato un primo passo per l’Aglianico del Vulture in terra sabauda e che i produttori colgano l’occasione per intraprendere un percorso che porti i loro vini ad essere presenti anche nelle enoteche, ristoranti e wine bar della nostra città.
Vini in volo
Nei mesi scorsi, mi è capitato di fare un piccolo viaggio di lavoro in aereo alla volta di Monaco di Baviera. La compagnia scelta, Air Dolomiti, ha stimolato qualche riflessione sui vini serviti ad alta quota.
Quando mi è possibile accompagno il pasto proposto durante il volo con un bicchiere di vino, soprattutto per la curiosità sempre viva in me di provare nuovi prodotti. In effetti, le esperienze a riguardo sono sovente piuttosto deludenti… nonostante le compagnie aeree dichiarino di dedicare grande attenzione alla selezione delle etichette da inserire nelle loro carte dei vini (come ricordava qualche tempo fa un bell’articolo di Marco Sabellico e Martina Zanetti su Gambero Rosso). Non mi riferisco qui alla (peraltro interessante) discussione sul legame fra altitudine e caratteristiche della degustazione, ma proprio alla sensazione che non ci siano scelte precise e chiare dietro alla proposta dei vini. Un’interessante e recente degustazione delle etichette proposte dalle principali compagnie aeree ha dato in proposito risultati sorprendenti. Insomma, un problema di organizzazione, comunicazione e marketing.
Il sistema messo in piedi da Air Dolomiti è invece la dimostrazione di come si possa bere in modo interessante anche su un aeromobile. Ad ogni passeggero viene consegnata la lista dei vini utilizzati in quel quadrimestre sui voli della compagnia e un altro piccolo elenco, la “Cantina di Bordo”, che prevede 4 rossi, 4 bianchi e 3 spumanti, con brevi note esplicative sui diversi vini. Ogni volo proporrà un rosso, un bianco e una bollicina fra quelli presenti in lista. Le scelte sono di livello, con una certa attenzione, se non specificamente ad un terroir, all’origine regionale. Infatti le proposte riguardano 11 diversi produttori in 6 diverse regioni italiane: ad esempio Trentino, Veneto, Piemonte, Marche, Umbria, Sicilia nella lista febbraio-maggio di quest’anno. Insomma, c’è di che incuriosire il passeggero che voglia provare un bicchiere di vino durante il viaggio, sia che si tratti di un appassionato sia che semplicemente apprezzi una certa varietà nella scelta. Soprattutto gli viene fornita una spiegazione sul perché durante il proprio volo si serve un certo prodotto. Questo aspetto di attenzione al cliente, ed alla sua voglia di capire meglio cos’ha nel bicchiere, mi pare il punto di forza di tutta l’operazione, che senz’altro aumenta la qualità del servizio ma soprattutto dà informazioni su vini magari poco o per nulla conosciuti dai viaggiatori.
Questa volta ho scelto un Villa Pattono Renato Ratti 2009, uvaggio di Barbera, Merlot e Cabernet Sauvignon che si è dimostrato ricco di profumi e con una struttura più che adeguata ad accompagnare, e secondo me rendere assai più gradevole, il “light lunch” (leggere alla voce “panino insaccato e formaggio”) servito in volo. Migliora il gusto, ma soprattutto si apprezza l’attenzione al prodotto e all’enorme quantità di informazioni interessanti che ogni bicchier di vino porta con sé.
















