Vigne e turismo in città
Ancora sulle vigne urbane di Parigi
Il primo post del 2012 è dedicato alle piccole vigne che crescono in città, un argomento che mi accorgo mi appassiona sempre più. Se ne era già parlato qui, a proposito della Vigna di Trinità dei Monti a Roma, e soprattutto qui, per parlare dei vigneti della mia metropoli preferita, Parigi.
Stavo cercando in rete delle informazioni su un particolare tipo di vino, il Clos des Morillons. E’ prodotto in un numero limitato di bottiglie da uve pinot noir (e in piccola parte pinot meunier) coltivate nel parco George Brassens, e venduto ogni anno (di solito in maggio) ad un’asta pubblica di beneficienza. E proprio cercando qualche informazione in più sul vigneto di questo parco, che si trova nel XV Arrondissement e fu costruito al posto degli antichi mattatoi di Vaugirard, mi sono imbattuto in questa pagina web. Si tratta di una sintetica ma precisa descrizione delle vigne parigine, realizzata dal Comune e proposta ad amanti del verde e turisti.
Trovo molto bello che una delle principali mete turistiche al mondo, ricchissima di luoghi di interesse, riconosca il valore di un vigneto non solo dal punto di vista ambientale, per così dire del “verde pubblico” (sia pure sui generis) ma anche come straordinaria rappresentazione della propria storia, tradizione, cultura del lavoro. Tanto da proporlo tra le informazioni ritenute importanti per conoscere la città sul proprio sito web. Ancora una volta il vino, qui in senso lato, diventa un formidabile attrattore turistico per chi sa riconoscerlo e comunicarlo. Una lezione da imparare, credo, per tutti coloro che si vogliano occupare di turismo, enogastronomia… o entrambi!
Englis version
Once again I fall in love with a small urban vineyard in Paris. The Clos des Morillons is a red wine (mostly pinot noir, with a small amount of pinot meunier) produced in George Brassens park, in the XV Arrondissement. Looking for some information about this vineyard I found this page of the Paris Mairie, which describes very well the vineyards of the city. It’s very interesting that these vineyards are considered as important tourist destinations, not only because their are beautiful from the point of view of urban environment, but also because they represent history and French tradition.
I nostri Auguri
Anteprima Moscato d’Asti e Asti 2011
2 dicembre 2011, Anteprima Moscato d’Asti e Asti 2011. Assaggi di un’annata sfaccettata
E’ sempre un piacere ritrovarsi nell’ampia sala degustazione del castello di Mango (CN), sede dell’Enoteca Regionale “Colline del Moscato”.
Per il terzo anno consecutivo, pochi giorni fa si è tenuta la presentazione dell’“Anteprima Moscato d’Asti D.O.C.G. e Asti D.O.C.G.” con i vini dell’ultima vendemmia; la manifestazione ha incluso anche momenti di comunicazione rivolti al grande pubblico con degustazioni aperte e un interessante “banco d’assaggio diffuso” nei caffè storici di Torino.
Ho avuto il piacere di partecipare con Monica Pisciella (Wineup) e il Direttore Maurizio Gily alla mattinata di degustazione cieca dedicata a stampa e operatori del settore. La degustazione è stata molto piacevole ed ha riguardato 50 campioni, tra Asti e Moscato d’Asti, rendendo possibile farsi un’idea di quanto l’ultima annata propone. La mia impressione è stata di avere di fronte una produzione con differenze piuttosto significative soprattutto a causa delle particolari condizioni climatiche di estate e autunno 2011, molto caldi e con precipitazioni assai concentrate in brevi periodi e alcune zone. Un’annata sfaccettata e multiforme, insomma, che anche se in presenza di un buon livello medio conosce una certa diversità da un produttore all’altro e soprattutto da un territorio all’altro, seppure sempre nella tradizione del vino dolce italiano più classico.
Anteprima Moscato è stata per me una grande occasione per conoscere meglio questo vitigno e il suo vino, così ricco di profumi del tutto peculiari, dalla degustazione in sé e magari da qualche battuta con i vicini di tavolo. Ancora una volta una delle cose che mi hanno più colpito è stata la professionalità dei sommelier che hanno realizzato il servizio, tecnicamente impeccabili e cordiali, sorridenti e pronti magari ad una battuta di spirito, con la rilassatezza di chi sa esattamente che fare e conosce in modo approfondito cosa sta versando nel calice. Gran cosa poter contare in queste occasioni su una buona organizzazione dal punto di vista tecnico: non solo la manifestazione “riesce meglio”, ma si riesce a degustare nel modo migliore, e quindi cogliere molto di più le diverse caratteristiche di quel che abbiamo nel bicchiere.
L’Aglianico del Vulture e i suoi produttori a Torino per un giorno, accade ad #AglianicosottolaMole
Una giornata alla scoperta dell’Aglianico del Vulture e dei suoi produttori, ieri a Torino
Si è tenuto ieri a Torino, a Palazzo Capris, #AglianicosottolaMole, degustazione di Aglianico del Vulture organizzata da Davide Marone (@dmarone31), con il supporto di Elena Bardelli (@elenabardelli) e Fabrizio Gallino.
Una bella occasione per il gruppo di appassionati presenti per scoprire o esplorare meglio l’Aglianico del Vulture, un vitigno non solo antichissimo – pare infatti che sia stato importato nel nostro Sud dai coloni greci provenienti dalla Tessaglia – ma anche uno tra i più importanti d’Italia e che, come ha osservato Davide in apertura di giornata, è poco conosciuto a Torino – e forse, mi permetto d’azzardare, in generale in tutto il Nord – ai consumatori ma anche ad alcuni gestori di ristoranti ed enoteche.
Importante che siano venuti dalla Basilicata a presentare non solo i vini ma anche il territorio i produttori: Sara Carbone (@saravinicarbone), ormai famosa anche grazie anche alla sua presenza su Twitter e social network, Michele Laluce, Simona Labarbuta di Lelusi, Giuseppe Mastrodomenico, Elisabetta Musto Carmelitano.
I vini per la degustazione, tutti Aglianico del Vulture DOC (e quindi Aglianico del Vulture 100%, come previsto dal Disciplinare) sono stati presentati in due batterie da tre, in quest’ordine:
Lelusi Viticoltori – LeLùSi 2005 Aglianico del Vulture DOC
Tenute d’Auria – Rupe di Apollo 2007 Aglianico del Vulture DOC
Vigne Mastrodomenico – Likos 2008
Azienda Vinicola Vinilaluce – Le Drude 2007
Azienda Agricola Musto Carmelitano – Serra del Prete 2009
Azienda Vinicola Carbone – 400 Some 2007
Gli assaggi di Aglianico del Vulture sono stati una scoperta interessante.
Ben lungi dal voler stilare classifiche o dare punteggi, come ho già scritto ieri da più parti nel corso della degustazione sono rimasta favorevolmente colpita in particolare da Le Drude 2007, per la freschezza straordinaria e per la bevibilità, un vino dotato di carattere e identità, bella espressione del territorio. Uno di quei vini che al termine del primo bicchiere vien subito voglia di versarne ancora.
È arrivato alla fine e ci ha stupiti per l’eleganza del suo 400 Some Sara Carbone, di cui ho apprezzato anche la capacità di trasmettere con semplicità e grande umanità la passione per il vino e per il territorio, attraverso qualche “schizzo” di vita familiare in azienda.
E il LeLùSi 2005 ci ha definitivamente convinti, qualora ce ne fosse bisogno, che l’Aglianico del Vulture, grazie alla sua struttura, è vino adatto all’invecchiamento.
Alla degustazione è seguito un breve aperitivo con le Birre di Pausa Cafè e il pranzo, durante il quale non solo l’Aglianico ma anche altri vini del Vulture sono stati proposti in abbinamento ad alcuni piatti tipici piemontesi, a dimostrazione che l’Aglianico e la cucina locale possono integrarsi con buoni risultati. Interessante scoperta il Morbino, Bianco IGT (60% moscato e 40% malvasia), di Michele Laluce, che avrei abbinato ad un piatto di formaggi (oppure – forse – a una fetta di torta o ai biscottini) invece che al primo per esaltarne al meglio le caratteristiche.
Mi complimento con Davide Marone per l’organizzazione di una giornata piacevole. Trovo molto bello che siano stati invitati anche alcuni colleghi del corso di Viticoltura ed enologia della Facoltà di Agraria, e che questa degustazione sia resa parte del loro percorso di studio di marketing del vino.
I miei complimenti anche a Elena Bardelli, che si è data da fare per far sì che tutto fosse al posto giusto nel momento giusto.
Bello aver condiviso il piacere di #aglianicosottolamole con i presenti e con chi ci ha potuti seguire a distanza grazie ai social network, il cui ruolo è sempre più importante per confrontare anche con chi non c’è i pareri sui vini e diffondere notizie ed aggiornamenti sulle degustazioni.
L’augurio è che, proprio come dice Davide Marone, questo sia stato un primo passo per l’Aglianico del Vulture in terra sabauda e che i produttori colgano l’occasione per intraprendere un percorso che porti i loro vini ad essere presenti anche nelle enoteche, ristoranti e wine bar della nostra città.
Vini in volo
Nei mesi scorsi, mi è capitato di fare un piccolo viaggio di lavoro in aereo alla volta di Monaco di Baviera. La compagnia scelta, Air Dolomiti, ha stimolato qualche riflessione sui vini serviti ad alta quota.
Quando mi è possibile accompagno il pasto proposto durante il volo con un bicchiere di vino, soprattutto per la curiosità sempre viva in me di provare nuovi prodotti. In effetti, le esperienze a riguardo sono sovente piuttosto deludenti… nonostante le compagnie aeree dichiarino di dedicare grande attenzione alla selezione delle etichette da inserire nelle loro carte dei vini (come ricordava qualche tempo fa un bell’articolo di Marco Sabellico e Martina Zanetti su Gambero Rosso). Non mi riferisco qui alla (peraltro interessante) discussione sul legame fra altitudine e caratteristiche della degustazione, ma proprio alla sensazione che non ci siano scelte precise e chiare dietro alla proposta dei vini. Un’interessante e recente degustazione delle etichette proposte dalle principali compagnie aeree ha dato in proposito risultati sorprendenti. Insomma, un problema di organizzazione, comunicazione e marketing.
Il sistema messo in piedi da Air Dolomiti è invece la dimostrazione di come si possa bere in modo interessante anche su un aeromobile. Ad ogni passeggero viene consegnata la lista dei vini utilizzati in quel quadrimestre sui voli della compagnia e un altro piccolo elenco, la “Cantina di Bordo”, che prevede 4 rossi, 4 bianchi e 3 spumanti, con brevi note esplicative sui diversi vini. Ogni volo proporrà un rosso, un bianco e una bollicina fra quelli presenti in lista. Le scelte sono di livello, con una certa attenzione, se non specificamente ad un terroir, all’origine regionale. Infatti le proposte riguardano 11 diversi produttori in 6 diverse regioni italiane: ad esempio Trentino, Veneto, Piemonte, Marche, Umbria, Sicilia nella lista febbraio-maggio di quest’anno. Insomma, c’è di che incuriosire il passeggero che voglia provare un bicchiere di vino durante il viaggio, sia che si tratti di un appassionato sia che semplicemente apprezzi una certa varietà nella scelta. Soprattutto gli viene fornita una spiegazione sul perché durante il proprio volo si serve un certo prodotto. Questo aspetto di attenzione al cliente, ed alla sua voglia di capire meglio cos’ha nel bicchiere, mi pare il punto di forza di tutta l’operazione, che senz’altro aumenta la qualità del servizio ma soprattutto dà informazioni su vini magari poco o per nulla conosciuti dai viaggiatori.
Questa volta ho scelto un Villa Pattono Renato Ratti 2009, uvaggio di Barbera, Merlot e Cabernet Sauvignon che si è dimostrato ricco di profumi e con una struttura più che adeguata ad accompagnare, e secondo me rendere assai più gradevole, il “light lunch” (leggere alla voce “panino insaccato e formaggio”) servito in volo. Migliora il gusto, ma soprattutto si apprezza l’attenzione al prodotto e all’enorme quantità di informazioni interessanti che ogni bicchier di vino porta con sé.
I vini dell’Etna protagonisti al World Wine Symposium, la Davos du vin sul Lago di Como
Si apre domani a Cernobbio, sul lago di Como, il World Wine Symposium (10-13 Nov), detto anche Davos du vin, evento voluto e realizzato da Francois Mauss, presidente e fondatore del Grand Jury Européen, con l’obiettivo di creare un luogo esclusivo di dialogo e di incontro per i protagonisti del vino di qualità di tutto il mondo: produttori, fornitori, distributori, giornalisti, importatori ed esperti.
Il programma si presenta denso di appuntamenti, incontri, seminari, workshop, degustazioni e momenti conviviali. Particolarmente interessante si preannuncia il seminario sui vini dell’Etna, che in questi anni hanno raggiunto livelli qualitativi eccelsi e riconoscimenti internazionali. A raccontare i vini ed il territorio sarà il Cavalier Giuseppe Benanti, dell’omonima azienda vinicola Benanti, pioniere della viticoltura sulla “Muntagna” .
” Quando ho ricevuto l’invito di Francois Mauss a partecipare al WWS – racconta Giuseppe Benanti – ho subito pensato che sarebbe stato bello portare qui a Cernobbio con me non solo la mia personale passione per l’Etna ma un intero territorio, coinvolgendo in questa avventura anche altri produttori particolarmente significativi e rappresentativi della nostra viticoltura e dei valori della nostra terra. Da qui la scelta di condividere il banco di degustazione che seguirà al seminario con i vini di Cantine Edomé, Valcerasa, Tenuta Fessina, Graci, GirolamoRusso.”
Sarà possibile seguire le fasi salienti del World Wine Symposium, ed in particolare il seminario sull’Etna, in tempo reale sul mio account twitter e vedere le immagini su Instagram
Verdicchio 2.0, quando vino e web s’incontrano nelle Marche
Sabato 22 Ottobre è stato il giorno di Verdicchio 2.0: la Cantina CasalFarneto di Serra de’ Conti ha ospitato una tavola rotonda sulle nuove opportunità della comunicazione del vino attraverso il web e i social media, in particolare del Verdicchio, che ha visto coinvolti: Franco Ziliani (giornalista e autore dei blog Vinoalvino e Le Mille Bolle), Alberto Mazzoni, Direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT), Andrea Petrini (Percorsi di vino), Luigi Bellucci (TigullioVino), Vincenzo Reda (VincenzoReda) e me.
Ha moderato l’incontro Giorgio dell’Orefice, giornalista Agrisole – Sole 24 Ore
Alla tavola rotonda è seguito un buffet in Cantina ed un pomeriggio di degustazione all’Enoteca Regionale delle Marche di Jesi, con la guida di Alberto Mazzoni, definito per l’occasione “eminenza grigia del Verdicchio” da Franco Ziliani e la giornalista marchigiana Stefania Zolotti.
Ha concluso la giornata la cena al Fortino Napoleonico di Portonovo (AN), ospiti della famiglia Togni.
(Nota: hanno scritto di Verdicchio 2.0 Franco Ziliani qui, Andrea Petrini qui, Luigi Bellucci qui, Vincenzo Reda qui)
Verdicchio 2.0 è stato un momento di incontro e di confronto, organizzato e voluto dalla Famiglia Togni, della Cantina CasalFarneto e proprietaria delle acque minerali Togni e dell’azienda spumantistica Rocca dei Forti.
La mattina si è aperta con l’intervento e le dichiarazioni di Paolo Togni, del vice presidente e Assessore all’Agricoltura della Provincia di Ancona Giancarlo Sagramola, del Sindaco di Serra de’ Conti Arduino Tassi e di alcuni Funzionari della Regione Marche. Tutti concordi nel considerare il Verdicchio ambasciatore del territorio e delle persone che vi dedicano il loro lavoro, e nel porre in evidenza la necessità di una nuova e moderna mentalità, aperta, in grado di creare e rafforzare le sinergie e la collaborazione tra produttori e di trovare nuovi modi per comunicare più direttamente e meglio con i consumatori.
La regia accorta dell’ottimo Giorgio Dell’Orefice ha poi stimolato e coordinato un dialogo a più voci che si è protratto per tutta la mattina davanti ad un pubblico attento e incuriosito, che più volte è intervenuto nel dibattito.
E infatti Verdicchio 2.0 a mio parere è stata una scintilla, un primo passo, un’ottima occasione per ragionare insieme sulle opportunità di promozione e valorizzazione del Verdicchio attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, in particolare il web e i social media.
Storie e punti di vista diversi e spesso complementari, quello del famoso giornalista ed esperto Franco Ziliani, che di vino scrive da molti anni e la cui penna è conosciuta in tutto il mondo, quello di chi nella vita si occupa di tutt’altro e dà libero sfogo alla sua passione per vino e cibo all’interno di un blog, come Andrea Petrini, Luigi Bellucci, lo stesso Vincenzo Reda che nel suo blog unisce la passione per la fotografia a quella per il vino, quello di chi ogni giorno si misura con la necessità di promuovere e valorizzare vino e territorio come Alberto Mazzoni, ed il mio che cerco di comunicare il vino ed i suoi protagonisti.
Tutti concordi nel ritenere che il Verdicchio, che ricopre un ruolo importante tra i grandi vitigni d’Italia, possa trovare nella rete un valido alleato, per farsi conoscere meglio ed apprezzare non solo dagli appassionati, che già lo amano e vogliono saperne di più, ma anche da chi ancora non lo conosce.
E poiché il web è globale, può ben fungere da cassa di risonanza non solo in Italia, e sul suolo natìo del Verdicchio, ma anche all’estero, comunicando tutta l’unicità, l’identità, il carattere e la forza di un vino che negli anni recenti, in particolare dal 2009, oltre al Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC, ha visto il riconoscimento anche del Castelli di Jesi Verdicchio Riserva DOCG, e che insieme anche al Verdicchio di Matelica si fa interprete di un territorio marchigiano e di una cultura vitivinicola di qualità di tutto rispetto, che trova ulteriore vantaggio competitivo nel prezzo, spesso contenuto rispetto ad altri vini di pari livello.
Internet, d’altro canto, grazie all’immediatezza e all’interattività dei suoi media, sembra adatto a rendersi utile a supportare il rafforzamento e la veicolazione non solo del Verdicchio, ma anche degli altri vini marchigiani – tra cui spiccano Rosso Conero, Lacrima di Morro d’Alba, Vernaccia di Serrapetrona – e di un brand Marche – un umbrella brand direbbero all’estero – sotto il quale confluisce anche la promozione del territorio e del turismo, in particolare enogastronomico, in Italia e all’estero. I social media si configurano come strumenti di un nuovo modo di creare relazioni umane e professionali, non solo con potenziali clienti, consumatori finali ed utilizzatori, ma anche con la stampa, i blogger, gli importatori, la ricerca universitaria e con un’intera galassia di professionisti con cui interagire, per scambiare e reperire informazioni e contatti, idee e cooperazione.
A Verdicchio 2.0 si è parlato, a tal proposito, anche delle degustazioni numerate, così definite perché nate su Twitter e contrassegnate dal simbolo del cancelletto #, e in particolare dell’esperienza diretta di #barbera2, recentemente organizzata con Cascina Garitina a Nizza Monferrato (AT).
Dopo i lavori del mattino una breve pausa con buffet in Cantina, un momento di relax ed anche un’opportunità per scambiare due chiacchiere e conoscere meglio i colleghi della tavola rotonda e per incontrare alcune tra le molte persone intervenute al dibattito.
Il pomeriggio è proseguito all’Enoteca Regionale di Jesi, sede anche dell’IMT, dove grazie ad Alberto Mazzoni abbiamo potuto realizzare un vero e proprio viaggio di esplorazione del Verdicchio e dei vini marchigiani. Vi confesso, è stata per me un’esperienza quasi mistica.
L’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT) - di cui Alberto Mazzoni è non solo Direttore ma anche espressione di competenza, energia e lungimiranza strategica che mi ha colpita - è un Consorzio di Tutela costituitosi nel 1999 dalla volontà di 19 soci fondatori. Oggi può contare su più di 1200 viticoltori associati, delle province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, che rappresentano oltre il 90% del vino esportato delle Marche.
Fin dai primi assaggi abbiamo riscontrato una qualità media dei vini davvero notevole. Dal produttore più piccolo a quello più grande, trasversalmente rispetto a quantità prodotte e struttura aziendale, ho scoperto vini che ci hanno colpiti ed entusiasmati. Tutti, nessuno escluso. Assaggiati e riassaggiati, con la possibilità di degustare con tranquillità grazie ai molti bicchieri (proprio come piace a me), in modo da poterne osservare l’evoluzione. Qui si possono vedere alcuni momenti della degustazione.
I commenti a caldo e lo scambio di opinioni con gli altri relatori, e in particolare con persone dell’esperienza di Franco Ziliani, Alberto Mazzoni, Luigi Bellucci e Stefania Zolotti, hanno reso questa degustazione una vera occasione di studio del vino, di quelle che ricorderò a lungo nel tempo.
Alcuni mi son rimasti in particolare nel cuore e voglio qui ricordarli: Santa Barbara, Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Riserva Stefano Antonucci 2009; Enrico Ceci, Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore Santa Maria d’Arco 2009, molto apprezzato anche da Franco Ziliani che ne ha scritto sul suo blog in questo post.
Molto apprezzati anche il Lacrima di Morro d’Alba DOC Stefano Mancinelli, Lacrima Superiore 2009 e la Vernaccia di Serrapetrona di Quaquarini, che ha chiuso un pomeriggio molto interessante.
A cena al Fortino Napoleonico con la Fam. Togni e Danilo, Alberto Mazzoni, Stefania Zolotti e tutti i relatori abbiamo passato davvero una bella serata e festeggiato il compleanno di Alberto Richelieu Mazzoni (cit. Ziliani).
Credo sia stato per tutti un weekend molto piacevole, si è respirata una bella atmosfera serena.
Per quanto mi riguarda, oltre ai vini e al paesaggio, nelle Marche ho trovato persone con un senso dell’ospitalità e dell’accoglienza davvero speciale, e l’abitudine a sorridere. Con quei sorrisi aperti che ridono anche gli occhi.
Sono ripartita alla fine del weekend con una gran voglia di tornare e la convinzione che le Marche siano davvero una regione da scoprire.
Verdicchio 2.0 e la comunicazione del vino sul web
Interverranno il Direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini IMT Alberto Mazzoni, il famoso giornalista e blogger Franco Ziliani, Andrea Petrini, Luigi Bellucci, Vincenzo Reda e avrò anch’io l’onore ed il piacere di prendere parte a questo confronto. Modera l’incontro il Giorgio dell’Orefice, giornalista Agrisole- Sole 24 Ore
Ospiterà il dibattito la Cantina CasalFarneto.
Alla scoperta del Nebbiolo di Carema
Il Sentiero dei Vigneti di Carema (TO) attraversa fazzoletti di vigne che lasciano stupefatti per la bellezza del paesaggio.
La fortuna aiuta gli audaci – si dice. Il sole e la luce di ieri erano davvero speciali e hanno reso ancor più speciale la passeggiata con il mitico Direttore di Millevigne, Maurizio Gily, il famoso wine blogger americano Jeremy Parzen, che ho avuto il grande piacere ed onore di conoscere di persona, e l’amica e collaboratrice di Millevigne, Monica Massa.
Il Sentiero si percorre in un’oretta, in cui si ammirano vigneti davvero impervi, lavorati dai viticoltori nel modo più arcaico, a causa delle condizioni del terreno. Una volta arrivati nel punto più alto del percorso, non si fatica a comprendere le ragioni per cui si definisca viticoltura eroica.
Ha concluso la passeggiata la visita alla Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema, dove ci ha accolti il Presidente, Sig. Viviano Gassino, che ci ha onorati di una verticale di Carema Riserva, annate dal 1987 al 2006, incluso un assaggio del 2007, piccola anteprima dell’ultima annata che sarà presto disponibile per la commercializzazione.
La degustazione è stata un’esperienza davvero interessante, per la qualità del vino e per la possibilità di confronto con persone esperte e competenti, oltre che molto appassionate a questo vino (significativo a tal proposito il post di Jeremy Parzen sul Carema, sul suo blog DoBianchi).
Sono emerse considerazioni non solo sul vino e sulle differenti annate, ma anche sui mercati ed il posizionamento del prodotto. Il tema merita certo un approfondimento, ma per ora ci fermiamo qui. Altre foto disponibili su www.wineup.it
A presto!
Segnalazioni: non perdete il post sul Nebbiolo di Carema di Jacopo Cossater, a me è piaciuto molto.
Connubi di vini in pentole di coccio
Disclaimer: non è abitudine di questo blog recensire vini, ma questa volta l’amico e collaboratore Marco Manero è stato invitato dal produttore Paolo Cantele a partecipare all’iniziativa I vini di Cantele incontrano i food-blogger e ad abbinare il suo Alticelli 2008 ad una ricetta.
Semel in anno licet insanire, pertanto lascio la parola al risultato del pomeriggio di Marco e dell’amica foodblogger Anastasia
Monica Pisciella
Il vino occasione di incontro fra ricette, tradizioni, bloggers… persone.
A volte le nostre passioni e gli strumenti che ci mette a disposizione il web diventano un’opportunità di passare del tempo con grandi amici. E (ri)scoprire che scrivere un post può essere l’occasione per scambiarsi opinioni, parlare di antiche tradizioni gastronomiche… soddisfare il palato! Soprattutto se ci mette lo zampino Paolo Cantele, produttore del Salento conosciuto via Twitter, che si è inventato “I vini di Cantele incontrano i food-blogger”, iniziativa nata per creare speciali abbinamenti fra un piatto e uno dei suoi vini.
Così con l’amica blogger Anastasia (che sia detto per inciso è una cuoca eccezionale
) ci siamo appassionati nell’accostare l’Alticelli, aglianico da vigneti delle Murge Nord-Orientali, ad una personale versione di un gustoso piatto della tradizione partenopea: tagliatelle col sugo nel coccio, o meglio “u’ tian e cret”. Ecco qui il racconto di una bella serata (e la ricetta, naturalmente).
Confesso che non avevo resistito a cercare in rete qualche descrizione di questo vino: ho ritrovato nell’Alticelli Aglianico 2008 i caratteri descritti in sintesi e con la consueta precisione da Diwinetaste di Antonello Biancalana, soprattutto nell’uso della carruba come descrittore, elemento che riesce ad individuare una peculiarità di questo vino. E assaggiando l’Alticelli confermo le stesse sensazioni di Antonello. E il vino ben si sposa bene con questi piatti di pasta dal sugo ricco e gustoso. Sotto il segno della “succosità”.
Margaret River, terroir del Cabernet Sauvignon
La versione italiana dell’articolo di Brendan Jansen su Margaret River. Ancora grazie a Brendan per la sua grande disponibilità
Margaret River è un’area nel Sud Ovest dell’Australia occidentale, compresa tra i capi di Leeuwin e Naturaliste, che riposa su un’antica formazione di roccia ignea (granito). I suoi terreni sono derivati da secoli di intemperie che hanno prodotto un terriccio ghiaioso, simile per molti aspetti a quello della rive gauche di Bordeaux, relativamente poco fertile, e quindi ideale per la viticoltura.
La regione gode di un clima mediterraneo: estati calde e asciutte, inverni miti, umidi e una grande influenza del mare, con un conseguente effetto di moderazione delle temperature sia estive sia invernali. Riprendendo il parallelo con Bordeaux, il clima è leggermente più caldo di quello della regione francese (forse più in linea con alcune aree sulla sponda destra, piuttosto che alla sinistra).
Cosa rende speciale la regione vinicola di Margaret River? Anzitutto, è un luogo di grande bellezza naturale. Jancis Robinson, la grande giornalista del vino britannico, nel suo libro “Jancis Robinson’s Wine Course”, descrive la regione come “il posto più vicino al paradiso in cui sia stato nei miei viaggi del vino”. E parla qualcuno che ha viaggiato davvero in lungo e in largo!
C’è poi da considerare i tanti risultati di eccellenza raggiunti dai suoi vini. Partiamo da questi dati: l’Australia produce tra il 3 e il 4% dei vini di tutto il mondo. Il Western Australia contribuisce a questa produzione per il 4,8%. Quindi lo stato australiano più occidentale contribuisce, in termini percentuali, alla realizzazione di circa lo 0,2% dei vini mondiali. Se consideriamo solo il vino più rappresentativo dell’area, il Cabernet Sauvignon, questa percentuale diventa più bassa, naturalmente, e Margaret River è solo una parte dell’Australia Occidentale vinicola, sebbene la più importante. Eppure, la regione di Margaret River ha vinto costantemente negli ultimi anni un numero incredibile di riconoscimenti, nazionali e internazionali, in percentuale ben superiore a quanto farebbero pensare le sue dimensioni. E non solo per gli ottimi Cabernet Sauvignon o tagli bordolesi. Come ricorda il guru dell’industria del vino australiana John Jens, Chardonnay, Sauvignon Blanc e Semillon Sauvignon Blanc del Western Australia fanno regolarmente centro sulla scena nazionale e internazionale. Del resto questo dato si ritrova anche nel parere di molti esperti, a partire da James Halliday, probabilmente il wine writer più importante d’Australia (e sovente il più critico nei suoi giudizi). Guardando all’edizione 2010 dalla sua annuale “Wine Companion”, guida al vino australiano nella categoria “tagli bordolesi” i vini del Western Australia conquistano dieci dei trentuno vini nelle posizioni più alte della classifica (il 32%). Nell’edizione 2011 il Cabernet Merlot Cullen’s Diana Madeline 2007 è considerato il miglior vino nella sua categoria, e la percentuale dei vini occidentali che raggiungono i risultati migliori sale a sedici su trentaquattro (il 47%!). Tanto per fare un esempio il Coonawarra, l’altra grande area di produzione del Cabernet Sauvignon australiano, ne ha solo due.
I numeri non sono sufficienti a convincervi? Allora vi suggerisco di cercare un Cabernet Sauvignon o un taglio bordolese proveniente da Margaret River e provare di persona… E’ interessante notare che quasi tutti i premi vinti da bottiglie di Margaret River negli ultimi anni sono stati assegnati a produttori poco conosciuti, e che il rapporto qualità – prezzo dei vini della regione è particolarmente interessante. Che dire? Diamo un’opportunità a questi vini e facciamo una prova: spargete la voce!
Brendan Jansen
Margaret River and its affinity with Cabernet Sauvignon
Come promesso, un articolo di Brendan Jansen che approfondisce il tema del terroir australiano di Margaret River. Nel prossimo post una versione in italiano. Grazie di cuore a Brendan!
Margaret River is located on an ancient ridge of igneous (granite) rock in the South West of Western Australia, lying between the Capes of Leeuwin and Naturaliste. Its soils are derived from centuries of weathering to produce a gravelly loam (with similarities to Bordeaux’s left bank), relatively low in fertility, and thus ideal for viticulture.
The region enjoys a Mediterranean climate, with warm dry summers and mild wet winters, with a dominant maritime influence, resulting in a moderating effect on both summer and winter temperatures, and no frost. The climate is marginally warmer than that found in Bordeaux, perhaps more in line with some areas on the right bank as opposed the left. Heat summation degree days are 1597 as opposed to Bordeaux’s 1463.
What else makes the Margaret River wine region special?
Firstly, it is a place of enormous natural beauty. Jancis Robinson, the great British wine journalist and Master of Wine, in her book “Jancis Robinson’s Wine Course”, describes the region as “as close to paradise as I have been on my wine travels”. And the travels she speaks of have been far and wide indeed!
Then, of course, there is the amazing track record of its wines. Consider this: Australia produces between 3 and 4% of the world’s wines. Of this production, Western Australia contributes but 4.8%. Thus in percentage terms, Western Australia produces about 0.2% of the world’s wines. The figure for Cabernet Sauvignon would be slightly less (as its plantings are proportionally less than other varietals), and of course, Margaret River’s share is only a part of Western Australia’s total.
Yet the Margaret River region consistently wins an obscenely high number of medals and trophies, at national and international level, proportionally far, far in excess of its size. And it is not just for Cabernet Sauvignon or Bordeaux blends that this is the case. In the words of Western Australian wine industry guru John Jens, Western Australian Chardonnay, Sauvignon Blanc and Semillon Sauvignon Blanc also regularly punch beyond their weight on the Australian and international wine scene. Here the focus will be, however, on Cabernet Sauvignon and its blends with other Bordeaux varietals. Some examples follow:
ENGLAND’S INTERNATIONAL WINE AND SPIRIT CHALLENGE 2008: Best international Cabernet (Woodside Valley Estate Baudin Cabernet Sauvignon 2005).
ENGLAND’S INTERNATIONAL WINE AND SPIRIT CHALLENGE 2009: Best International Cabernet Trophy (Woody Nook Gallagher’s Choice 2007 ) (that is, a Margaret River wine won this trophy for two years in a row).
DECANTER WINE AWARDS 2008: Vasse Felix Cabernet Sauvignon 2005 gained The International Trophy for “The World’s Best Red Bordeaux Style.”
DECANTER WINE AWARDS 2009: Fraser Gallop 2007 Cabernet Sauvignon won the same Trophy (Best international red Bordeaux style). In the Cabernet classes Margaret River also gained three of the six gold medals given to Australian wines. As with the IWSC trophy wins above, Margaret River has gained this trophy in two consecutive vintages.
Western Australia also does extremely well when in competition with other Australian wines, both in the National and International arenas. Here are some examples:
LONDON’S INTERNATIONAL WINE CHALLENGE for 2008 and 2009: The Clairault Cabernet Sauvignon 2004 and 2005 won best Australian Cabernet Sauvignon for two years running, and the trophy for Best Australian Red wine (with the 2004 vintage) in 2008.
In the Melbourne Wine Show 2006, in the “2004 and older” classes where Cabernet Sauvignons were eligible, Western Australia gained seven of the eleven gold medals awarded – competing against this nation’s finest.
These are but a small sampling of show results. Underwhelmed by them?
What about the opinion of experts, such as James Halliday, probably Australia’s foremost wine writer and critic? This from his 2010 annual guide: In the Other Bordeaux Red Blends and varietals class the West is rewarded with ten of the thirty-one highest ranked wines (or 32%). And from his 2011 guide in the same class: Cullen’s Diana Madeline Cabernet Merlot 2007 is the highest pointed wine and Western Australia gained sixteen of the thirty-four highest rated wines (that’s 47%!) This in contrast, for example, to the Coonawarra’s (Australia’s other great Cabernet Sauvignon producing area) two.
Still unconvinced? Why not seek out a Cabernet Sauvignon or Bordeaux blend from Margaret River and see for yourself? It is interesting to note that all of these awards, with the exception of the two to Vasse Felix, have been won by lesser known Western Australian producers, and not icons of the region such as Moss Wood, Cape Mentelle, Cullens or Houghton. Further, there is quality across price points, as shown for example, in Winestate Magazine’s Annual Cabernet Sauvignon Taste Off in 2006 (where Margaret River Cabernet Sauvignon was represented in similar proportion across prices ranging from A$15 to $40+. Therefore, it would not matter too much which example you got your hands on. Go on, give the wines a try, and spread the word!
Brendan Jansen
My thanks to friend and mentor John Jens for providing me with the wine show statistics quoted above.
Australian terroir?
Qualche idea e un interessante articolo.
Durante la serata di “Sottol’Equatore”, mentre parlavamo di alcuni ottimi vini australiani e neozelandesi, è stato spontaneo definire alcune zone di produzione, ad esempio Margaret River (Western Australia), come “terroir”. Ci siamo però chiesti: è possibile parlare anche per paesi con una storia del vino tutto sommato recente di terroir? In fondo si tratta di un concetto che non si limita alle condizioni climatiche e del terreno, ma porta con sé il senso di una storia, una tradizione, un modo di pensare e amare il vino.
Munito dell’utile Wine Companion di James Halliday, vera e propria enciclopedia dei vini australiani, ho approfondito un po’ la questione. Mi pare di poter dire che tutto sommato il concetto di terroir si addica solo ad alcune aree di questo enorme stato: quelle dove una scelta precisa e soprattutto condivisa di uno stile di vinificazione ha costituito il tratto di quell’identità che, insieme alle caratteristiche naturali, costituisce un elemento fondamentale nella definizione di un territorio. Un elemento che si traduce in metodi e tecniche di coltivazione e vinificazione. Ho ritrovato questi pensieri (in effetti espressi molto meglio!) in un interessantissimo articolo di Andrew Jefford, che consiglio a tutti coloro che vogliono saperne di più del vino downunder.
Quanto al terroir di Margaret River, l’argomento mi ha molto appassionato, tanto che ho chiesto al nostro amico Brendan Jansen, che ben conosce i vini del Western Australia, cosa ne pensa. Nei prossimi giorni (e nei prossimi post) la risposta…
Metti una sera a #Sotto l’Equatore
Degustazione interessante e insolita, nel segno della convivialità
Una sera fra amici, per far conoscenza con vini per noi un po’ inusuali: quelli prodotti in Paesi “a Sud dell’Equatore”. Da qui il nome della degustazione, o meglio il titolo, #sottolequatore, utilizzato come parola-chiave sul social network Twitter per organizzare la serata. Ammetto che l’idea mi frullava in mente da molto, perché credo sia sempre interessante guardare gli oggetti delle nostre passioni, come il vino, da punti di vista diversi dal solito. E così, il 26 gennaio scorso una dozzina di persone si è ritrovata a provare (e a parlare di) vini sudafricani, australiani e neozelandesi, e di un outsider argentino. Del resto era l’Australia Day… quale data più azzeccata, visto che la degustazione prevedeva bottiglie di ben quattro Stati australiani?
E’ stata una serata simpatica, in un clima informale e divertente: uno degli aspetti più belli è stato condividere quel che stavamo dicendo, e le nostre impressioni sui vini, con molte persone tramite Twitter (i tre quarti dei partecipanti hanno un proprio account
); ed è stato bello ricevere saluti da tutto il mondo, tra cui quelli di Stefano Manfredi, uno più importanti chef e autori di Sidney.
A #sottolequatore si è chiacchierato di parecchie cose. Di vini, naturalmente, ma anche di tappi di sughero e a vite, di vitigni autoctoni e internazionali, di come si può declinare il concetto di terroir che normalmente utilizziamo in Europa negli altri continenti. Quest’ultimo punto si è rivelato molto interessante, e sono ben intenzionato ad approfondirlo in qualche futuro post…
un grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato a #sottolequatore!
I vini degustati
Mount Nelson Sauvignon Blanc 2008, Marlborough, New Zealand. Un vino profumato quello della tenuta neozelandese del Marchese Antinori, che se in bocca forse non mantiene appieno quello che promettono i suoi molti profumi, d’altra parte è un perfetto e piacevolissimo aperitivo.
Oxford Landing Shiraz 2008, South Australia. Gradevole, costruito per piacere un po’ a tutti, spicca per morbidezza e profumi fruttati.
Mount Avoca Shiraz 2007, Pyrenees, Victoria. Un vino ricco, dai sentori affumicati e di spezie. Potenza e concentrazione cercate con decisione (forse troppo) nell’affinamento in barriques.
Delheim Shiraz 2005, Simonsberg, South Africa. Al naso profumi di pepe e vaniglia. Vino potente e con tannini accentuati, adatto ad accompagnare piatti di carne… magari un bel barbeque “africano”?
Thokozani Diemersfontein, Shiraz, Mourvèdre e Viognier 2007, Wellington, South Africa. Un vino che cerca la potenza, senza paura di essere una “fruit bomb” e lasciare un certo spazio all’alcool (14.5%). Qui nelle note di degustazione dell’amico Enofaber.
Cape Mentelle Shiraz 2005, Margaret River, Western Australia. Insieme opulento ed elegante, lo Shiraz che più mi piace.
Clos de los Siete 2006, Mendoza, Argentina. Dalla mano di Michel Rolland un rosso (Malbec 45% Merlot 35%, Cabernet Sauvignon 10% e Syrah 10%) “perfetto”, o forse “perfettino”? Non gli trovi un difetto, ma c’è chi si chiede se questo sia un pregio. Ecco cosa ne pensa Enofaber.
Palliser Estate Pinot Noir 2005, Martinborough, New Zealand. La sorpresa migliore della serata, grande eleganza al naso e in bocca… riassaggiato venti minuti dopo era ancora cresciuto, in gradevolezza e personalità. L’autorevole parere in proposito su Enofaber’s blog.
Providence Matakana (Merlot Cabernet Franc e Malbec), 1999, Northland, New Zeland. Gran finale; ha animato una discussione tra chi affermava che era all’apice dell’invecchiamento e chi sosteneva che nel futuro avrebbe ancora potuto evolvere. Grande complessità nei profumi e nel gusto: con un vino così si può passare un’intera serata
Vigne di città: Roma
Salvate il vigneto di Trinità dei Monti
I vigneti urbani rappresentano uno degli aspetti più interessanti, per un “turista del vino”, in una grande città. Ne parlavamo ad esempio qui, a proposito degli affascinanti vigneti di Parigi. Oltre ad un valore storico e di testimonianza del passato, queste vigne possono essere di grande interesse per i cittadini e per i turisti.
E’ di questi giorni la presentazione del progetto di “Vigna della Regina“: il vino ottenuto dalla vinificazione delle uve di Villa della Regina, a Torino, dall’azienda Balbiano di Andezeno. Quello di Villa della Regina è probabilmente uno dei vigneti urbani più belli (anche dal punto di vista del panorama) d’Italia… e meriterà qualche approfondimento in futuro.
La discussione collegata al tema delle vigne in città, e in particolare alcuni commenti sul blog di Enofaber, hanno richiamato una notizia data da Andrea Petrini in Percorsi di Vino: la campagna dell’Associazione Nazionale Città del Vino per sottolineare la difficile situazione del vigneto di Trinità dei Monti a Roma, piccola vigna nei giardini dell’istituto Sacro Cuore, in pieno centro cittadino.
qui l’appello di Città del Vino, che è stato ripreso su diversi media.
Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo dare voce a questo richiamo in difesa della ricchezza culturale e turistica della nostra capitale.
Un classico brindisi per le Feste
Bollicine a Nord Ovest
Anche quest’anno sono finite le festività natalizie; per me, e mi auguro per molti di voi, sono state un’occasione di serenità e di… ottimi brindisi. Questa volta ho scelto di rimanere sul classico: nel senso del metodo champenoise ovviamente. E così ho potuto provare quanto sia piacevole un pasto “a tutta bolla”.
Ho scelto due produttori di Piemonte e Lombardia che mi piacciono molto; anzitutto la piccola azienda agricola La Chiara di Gavi, che produce il La Chiara Brut, uno spumante metodo classico pas dosé a cui l’uva cortese ha donato la giusta sapidità per accompagnare (l’ottima) torta di verdure che apriva la cena di Capodanno. Le altre bottiglie protagoniste dei miei brindisi erano de Il Mosnel, produttore storico della Franciacorta, una delle realtà del vino italiano più 2.0 (fate la prova: una rapida ricerca su Google del suo nome produce qualcosa come ventimila riferimenti…).
Più d’uno, compresi alcuni dei miei wine blogger preferiti, ha già scritto dei vini de Il Mosnel, e del rosé pas dosé che ho apprezzato, il Franciacorta Parosé 2005 (70% pinot noir, 30% chardonnay); ad esempio sul sito DiWineTaste (per le annate 2004 e 2006) e, di recente, sul blog di Enofaber. Al di là delle note tecniche, qui vorrei però sottolineare un altro aspetto. Se si hanno ospiti, e ancora più quando si è invitati e ci si sente dire “Allora lo porti tu un buon vino?” (chissà perché me lo chiedono spesso
) è importante, credo, scegliere una bottiglia su cui si sa che si può contare, ma anche che sia profondamente fedele al suo terroir. Questo è il punto: secondo me i vini de Il Mosnel sono proprio così.
2010, i più bei momenti: Cous Cous Fest
Mentre cominciamo il nuovo anno con curiosità ed entusiasmo, ritagliamo qualche immagine dei più bei momenti del 2010 da portare con noi.
Grande emozione al Cous Cous Fest di San Vito lo Capo (TP) dal 17 al 19 Settembre, di cui molti di voi certamente ricorderanno gli aggiornamenti in tempo reale sulla mia pagina di Twitter e le immagini su Flickr. Ma come non tornare adesso, con il pensiero a quelle giornate…
Gli chef provenienti da 9 Paesi (Senegal, Algeria, Israele, Marocco, Italia, Francia, Palestina, Tunisia, Costa d’Avorio – in ordine di apparizione ndr) si sono sfidati all’ultima ricetta di Cous Cous in tre manche, di fronte alla giuria tecnica internazionale presieduta dal notissimo critico enogastronomico Edoardo Raspelli e a cui hanno preso parte giornalisti e blogger italiani e stranieri e di cui ho avuto il grande onore di far parte anch’io. Due grandi volti della tv, Laura Ravaioli e Donatella Bianchi, hanno presentato l’evento, intervistato i protagonisti e tenuto sempre viva l’atmosfera con freschezza e simpatia.
L’evento, di forte valenza strategica per la valorizzazione del territorio e mirato – tra l’altro - ad un apprezzatissimo prolungamento della stagione turistica, ha riscosso grande successo anche tra il pubblico accorso ed invitato ad esprimere il proprio parere nella giuria popolare, a cui hanno preso parte circa 100 persone per ogni manche. Il lavoro del sindaco sanvitese, Matteo Rizzo, e delle istituzioni è stato grande.
Grandissima l’emozione ma anche le competenze tecniche degli chef, che in segno di ospitalità ed integrazione sono stati accolti a preparare le loro ricette nelle cucine dei principali ristoranti sanvitesi. Grande anche la nostra emozione, di fronte al loro incedere in abiti tradizionali e con l’accompagnamento delle bandiere e degl’inni nazionali. Non son mancati attimi di commozione, che ricorderemo a lungo.
Per dovere di cronaca, ci pare utile ricordare che gli chef della Tunisia, Hajer Arouie e Msoughi Alì, sono stati i vincitori della manifestazione, con il cous cous di agnello. Lo chef Francese, Monsieur Jean Francois Haloin, nella quotidianità impegnato come chef all’ambasciata di Francia in Italia, ha invece vinto il premio assegnato alla migliore composizione e la compagine italiana, guidata dallo chef sanvitese Ivan Scebba, il premio della giuria popolare.
E’ invece dedicato al vino l’altro evento del 2010 che ci è rimasto nel cuore. Pensiamo a #Dogliani, tenutosi nell’Ottobre 2010 in Piemonte. Ma queste emozioni ve le racconteremo la prossima volta.
Buon 2011 a tutti!
































